Gallerie dell'Accademia di Venezia

 
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DETTAGLIO MUSEO

L’Accademia di Venezia viene fondata nel 1750 e la nascita delle Gallerie dell’Accademia si lega ad essa con una finalità principalmente didattica: nel 1803 un decreto stabilisce la necessità di accostare alla scuola anche una pinacoteca che venga utilizzata dagli studenti che si esercitano a dipingere e a scolpire. Nel 1817 la pinacoteca viene aperta anche a pubblico e si trova nel sestriere di Dorsoduro, ai piedi del ponte dell’Accademia, nel complesso formato dalla chiesa di Santa Maria della Carità, dal convento dei Canonici Lateranensi e dalla Scuola Grande di Santa Maria della Carità. Si parla di un piano unico, diviso in ventiquattro sale, che si estende per 5537 mq.

Il primo nucleo della collezione comprende la Presentazione di Maria al Tempio e la Pietà di Tiziano (1538) ed il Trittico della Madonna della Carità di Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna (1480); la raccolta comprende anche i saggi degli allievi dell’accademia ed una raccolta di gessi (a cui si deve il nome al plurale Gallerie) che viene esposto con successo nel 1817. La raccolta si arricchisce di dipinti riportati dalla Francia sconfitta e soprattutto dei lasciti di grandi collezionisti, rivolti però sempre a una realtà veneziana: a questa caratteristica si cerca di sopperire per tutto il XIX secolo. Fra questi, il lascito di Felicita Reiner (nel 1833, ma formalizzata solo nel 1850), che porta opere come il San Girolamo di Piero della Francesca e la Madonna col Bambino tra le sante Caterina e Maria Maddalena di Giovanni Bellini, o quella di Girolamo Contarini (1838), che comprendeva 180 opere tra cui la Madonna degli Alberetti e le Quattro allegorie sempre del Bellini, nonché sei dipinti di Pietro Longhi.

Con gli acquisti dell’imperatore illuminato Francesco Giuseppe, le collezioni crescono con la Madonna di Nicolò di Pietro, il San Giorgio di Mantegna, il Ritratto di giovane di Memling e la Vecchia di Giorgione. Un radicale riordino della pinacoteca è attuato nel 1895 dal direttore Giulio Cantalamessa; egli elimina gli artisti dell’Ottocento e tenta per la prima volta un’esposizione ordinata cronologicamente. A lui si deve anche il raggruppamento dei cicli della Scuola di Sant’Orsola di Vittore Carpaccio e della Scuola di San Giovanni Evangelista di Cima da Conegliano, prima dispersi in diverse sedi. La direzione di Gino Fogolari (dal 1905) assicura al museo altri fondamentali capolavori, come la Tempesta di Giorgione e la Crocefissione di Luca Giordano e il Convito in casa di Simone Bernardo Strozzi.

Nel nuovo ordinamento post bellico si verificano diversi cambiamenti, per esempio l’Assunta di Tiziano, per cui era stato progettato un ambiente espositivo apposito, viene restituita alla chiesa dei Frari a Venezia, mentre resta immutata l’espulsione delle opere dell’Ottocento che vengono mandate in deposito presso il Museo d’Arte Moderna a Ca’ Pesaro e i dipinti di arte straniera, conservati alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro. La necessità di nuovi ordini museografici viene percepita negli anni Quaranta del Novecento da Vittorio Moschini e Carlo Scarpa che studiano una risistemazione moderna, che comprende anche i saloni ottocenteschi, ma che risulterà di fatto inattuabile. In questi anni entrano a far parte della collezione l’Incendio del magazzino degli olii a San Marcuola di Francesco Guardi e il San Pietro e donatore di Montagna.

Dal 1987, il direttore Sciré decide di aumentare la superficie espositiva, aprendo la quadreria al quarto piano con una collezione grafica e viene aperto un nuovo deposito all’ultimo piano dell’edificio di Palladio. Nello stesso anno, si recuperano due putti e due figure allegoriche raffiguranti la Giustizia e la Pazienza, provenienti dal soffitto eseguito da Giorgio Vasari, nel 1542, per una stanza di palazzo Corner sul Canal Grande. Nel periodo 2001-2003, gli ambienti della Galleria sono stati al centro di un moderno progetto di illuminazione e di ampliamento delle aree espositive.