Venere di Urbino

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Tiziano Vecellio

Venere di Urbino

Gallerie degli Uffizi, Florence
Dettagli Opera

Il dipinto raffigura Venere nuda e sdraiata su un letto ancora disfatto che poggia su morbidi cuscini rossi decorati con motivi floreali. L’iconografia è quella della Venus pudica. Qui la sensuale dea tiene il capo leggermente reclinato e con malizia guarda l’osservatore. Il braccio destro, impreziosito da un bracciale dorato con pietre, è appoggiato sul cuscino, mentre la mano tiene un mazzolino di rose, simbolo di amore; con l’altra mano, invece, la dea copre le sue nudità. I capelli lunghi, biondi e leggermente mossi ricadono sulle spalle. Ai suoi piedi un cagnolino accucciato sta dormento.

In secondo piano, sulla destra, due ancelle sistemano le vesti o il corredo di Venere. Una indossa un abito bianco, è di spalle inginocchiata e sta forse cercando qualche ornamento che si trova nella cassapanca, mentre l’altra, in piedi, è vestita di rosso e la guarda, tenendo sulle spalle una preziosa veste. La stanza, con pavimento in marmo e in parte coperta di arazzi alle pareti, si affaccia su una loggia, dalla quale si vedono alberi e un cielo al tramonto.

Il dipinto è stato interpretato come legato al tema del matrimonio per la presenza delle rose, del cane e della pianta di mirto sopra il davanzale della loggia, simboli di amore, fedeltà e matrimonio.

La tela è stata spesso letta in rapporto con la Venere di Giorgione, dipinta intorno al 1510 e oggi a Dresda, che però, rispetto all’opera di Tiziano, è meno realistica e sensuale e giace in un paesaggio campestre.

La sua fortuna è stata notevole. Nel corso dei secoli, soprattutto tra Settecento e Ottocento, il dipinto fu copiato da innumerevoli artisti, italiani e stranieri, ed è citato nelle guide della città di Firenze e della Galleria degli Uffizi, oltre che nei ricordi dei viaggiatori. Tra le copie più note quelle di Jean Auguste Dominque Ingres del 1821 (Baltimora, Walters Art Gallery) e di Édouard Manet del 1856 nella collezione Rouard di Parigi. Lo stesso Manet fece precise citazioni dalla Venere di Urbino nella celebre quanto scandalosa Olympia del 1863 (Parigi, Musée d’Orsay).

Il dipinto era stato acquistato da Guidobaldo II della Rovere nel 1538 tramite un suo agente inviato appositamente a Venezia. Nel 1631 giunse a Firenze come parte dell’eredità di Vittoria della Rovere, ultima erede del casato e moglie di Ferdinando II de’ Medici, dunque granduchessa di Toscana. Alla metà degli anni Cinquanta del secolo si trovava nella villa fiorentina di Poggio Imperiale, residenza prediletta di Vittoria, dove è ricordato nel 1654-1655, nel 1656 e nel 1694. Nel 1736 entrò alla Galleria degli Uffizi.

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Dettagli Autore

Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore, in Veneto, nel 1488 o 1490. Si formò nella bottega di Gentile Bellini e poi presso il fratello Giovanni Bellini che influenzò moltissimo il suo stile. Altri importanti riferimenti per lui furono le opere di Giorgione, Albrecht Dürer, note anche attraverso incisioni, Raffaello e Michelangelo, che studiò a fondo. Risalgono a questo periodo il Concerto della Galleria Palatina di Firenze, Cristo portacroce (Venezia, Scuola di San Rocco) e, tra il 1508 e 1509, gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi, dove in quel momento lavorava Giorgione. Già in questo periodo Tiziano mostra i caratteri tipici della sua fase giovanile cioè un’impostazione monumentale dello spazio e dei personaggi che si muovono con gesti ampi, colori chiari e luminosi.

Tra il 1516 e il 1518 lavorò alla celebre Assunta per la chiesa di Santa Maria dei Frari, quindi alla pala Pesaro, sempre per i Frari, e nel 1520 al polittico Averoldi (Brescia, chiesa dei SS. Nazaro e Celso). Queste commissioni ed altre per la committenza privata, spesso con significati e simbologie complesse e di carattere morale, (Tre età dell’uomo, 1512-1513, Edimburgo, National Gallery of Scotland; Amor Sacro e profano, 1514-1515, Roma, Galleria Borghese) garantirono al colto Tiziano un grande successo. Le corti italiane ed europee, infatti, gli chiesero molte opere: Alfonso d’Este gli commissionò le tele mitologiche con Offerta a Venere (1518-1519, Prado), Bacco e Arianna (1522-1523, Londra, National Gallery), Gli Andri (1523-1524, Prado); Guidobaldo della Rovere gli richiese la Venere di Urbino e numerosi furono i ritratti che realizzò per Carlo V o per Isabella d’Este (1536, Vienna, Kunsthistorisches Museum).

Tra il 1545 e il 1546 soggiornò a Roma ed entrò in una nuova fase della sua pittura, influenzata dal Manierismo dell’Italia centrale, fatta di contrasti chiaroscurali più netti, forme più plastiche e dinamiche, toni più scuri, come si vede nel ritratto di Paolo III con i nipoti (1546, Napoli, Museo di Capodimonte), nell’Incoronazione di Spine del Louvre (1542-1544) e nella Danae a Capodimonte.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta fu ad Augusta e si legò sempre più a Carlo V e al figlio Filippo II, sovrani di Spagna. Sono di questo periodo il Ritratto di Carlo V a cavallo (1548, Prado), la Gloria, la Deposizione e Santa Margherita, oggi tutte al Museo del Prado di Madrid. Per Filippo II lavorò ancora a soggetti mitologici con episodi legati a Diana.

L’opera matura e tarda di Tiziano è caratterizzata dalle sue meditazioni filosofiche sull’uomo e sul suo destino, che si riflettono in una pittura densissima, che tende a dissolvere la forma perché si esprime attraverso spessi tocchi di luce e colore, a volte dato sulla tela direttamente con le mani. Ne sono esempio l’Incoronazione di spine dell’Alte Pinakothek di Monaco e Il supplizio di Marsia (castello di Kroměříž), entrambe del 1570. Negli ultimi anni dipinse anche una Pietà destinata alla sua tomba che però è rimasta incompiuta (Venezia, Gallerie dell’Accademia).

Morì a Venezia nel 1576.

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La storia degli Uffizi prende le mosse dall’insediamento di Cosimo I Medici come duca di Toscana nel 1560; egli voleva riunire le tredici magistrature fiorentine, gli uffici, in un unico edificio, così da poter esercitare su loro un potere di controllo. Il progetto del lavoro viene affidato a Giorgio Vasari e il cantiere inizia l’anno successivo. Il progetto prevede un edificio a forma di U, costituito da un braccio lungo a levante, da un tratto breve affacciato sul fiume Arno e da un braccio corto a ponente, e l’edificio rielabora il motivo architettonico della loggia classica. Alla Galleria si accede dall’adiacente Palazzo Vecchio, sede dei duchi, tramite un breve passaggio su tre piani. Si deve a Francesco I, Granduca di Toscana dal 1574 al 1587, il primo allestimento museografico della Galleria. Grazie all’opera dell’architetto Buontalenti e all’iniziativa di Ferdinando II, la Galleria diviene il luogo di rappresentanza, decorato a grottesche da Antonio Tempesta, dove si conservano le opere e la serie di ritratti degli Uomini Illustri che vengono posti accanto ai ritratti dei Medici, secondo una politica di esaltazione della dinastia. Nel complesso, lo spazio si estende per 8000 mq, in quarantacinque sale poste tutte al terzo piano e racchiude in sé capolavori della pittura italiana ed europea, come la Maestà di Ognissanti di Giotto, la Trinità di Simone Martini, le pale di Duccio, di Gentile da Fabriano e di Mantegna, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi di Leonardo, opere di Botticelli quali la Venere e la Primavera, la Madonna della seggiola e la Madonna del cardellino di Raffaello, la Venere di Urbino di Tiziano, il Bacco di Caravaggio e il Trionfo di Enrico IV di Rubens.

Ferdinando II dà anche impulso alla realizzazione di nuovi ambienti della Galleria: lo Stanzino delle Matematiche, una Terrazza e l’Armeria. Tra il 1696 e il 1699 il Granduca Cosimo III ordina la decorazione del corridoio che si affaccia sull’Arno con affreschi di soggetto religioso e il trasferimento a Firenze alcuni dei più celebri esemplari della statuaria antica conservati in Villa Medici a Roma; in questa occasione, viene realizzala la Sala della Niobe, dall’omonimo complesso di sculture antiche. Continuano le acquisizioni con autoritratti di pittori antichi e contemporanei, posti nel Corridoio vasariano, e la collezione si incrementa grazie alla raccolta grafica del cardinale Leopoldo de Medici, oggi parte del Gabinetto dei disegni e delle stampe.

Con l’estinzione della casata medicea per mancanza di eredi (1737), Anna Maria Luisa de’ Medici lega alla città di Firenze i tesori della Galleria, in modo che le collezioni non vengano disperse e il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena apre nel 1769 le sale al pubblico. In questo contesto, gli anni Settanta del Settecento vedono gli Uffizi come un laboratorio privilegiato per gli studi di storia dell’arte e per ipotesi di nuovi allestimenti, grazie all’opera di Luigi Lanzi e Giuseppe Pelli Bencivenni.

Con il Regno d’Italia e il trasferimento delle statue rinascimentali nel nuovo Museo nazionale del Bargello, la Galleria assunse progressivamente la funzione predominante di Pinacoteca. Riceve sempre più visitatori e gli uffici delle magistrature perdono progressivamente il loro luogo politico per diventare archivi pubblici. Nel 1900 venne acquistata la quadreria dell’arcispedale di Santa Maria Nuova, tra cui il Trittico Portinari di Hugo van der Goes, proveniente dalla chiesa di Sant’Egidio, e da inizio Novecento si potenziano, con acquisti e trasferimenti da varie chiese e istituti religiosi, le aree del Trecento e del primo Quattrocento, allora ancora estranee al nucleo storico del museo.

Risale al 1956 il riallestimento delle prime sale della Galleria, ad opera degli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, ora caratterizzate da tinte di colore chiaro che fanno risaltare il soffitto a capriate lignee; nel 1969 venne acquistata la Collezione Contini Bonacossi che porta nella Galleria opere come il San Girolamo di Giovanni Bellini, il San Girolamo di Cima da Conegliano, il San Francesco di Francesco Francia, la Maria Maddalena di Savoldo, le tele del Tintoretto e di Velázquez l’Acquaiolo di Siviglia e il Ritratto equestre di Filippo IV di Spagna .

Dal 2006 gli Uffizi sono interessati da lavori di restauro architettonico, di adeguamento impiantistico e nuovi allestimenti delle sale. Il museo è sempre rimasto aperto e con la riforma del sistema museale italiano nel 2014 sono stati uniti agli Uffizi i musei di Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli.

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