Ritratto di Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni de’ Medici

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Agnolo di Cosimo (Il Bronzino)

Ritratto di Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni de’ Medici

Gallerie degli Uffizi, Florence
Dettagli Opera

Il dipinto è un ritratto ufficiale che mostra Eleonora di Toledo (1519-1562), moglie di Cosimo I granduca di Toscana, con uno dei figli identificato prima con Ferdinando, poi con Garzia, quindi con Francesco. Secondo Luisa Becherucci il dipinto sarebbe quello ricordato da Giorgio Vasari e raffigurerebbe Giovanni (1543-1562), secondo figlio maschio della coppia, destinato nei progetti del padre a diventare cardinale e poi papa. A soli sette anni Giovanni fu ordinato sacerdote e a 17 cardinale ma morì senza poter realizzare il sogno di Cosimo.

Eleonora è seduta e indossa un abito prezioso ed elegante; il collo, i capelli e le spalle sono ornati con perle, che si ritrovano anche nei pendenti a goccia degli orecchini. Lo sguardo della granduchessa è altero, fisso verso l’osservatore e piuttosto malinconico. Una mano è poggiata sulla gamba, mentre con l’altra cinge il figlioletto, in piedi, che tiene la manina sull’ampia gonna della madre.

Bronzino restituisce con grande realismo la veste di Eleonora, anche nella sua materialità. Essa è riccamente ricamata con arabeschi e con il motivo della melagrana, che allude alla fecondità e al ruolo di madre di Eleonora, che a Cosimo dette numerosi figli. La melagrana, inoltre, è simbolo del matrimonio ed emblema di Isabella di Spagna. Si tratta di un abito di broccato alla spagnola, come le origini della donna, molto elaborato con un corpetto aderente, una rete dorata e impreziosita da perle che copre le spalle, maniche ampie con tagli che mostrano la camicia bianca sottostante. La gonna è molto ampia e impreziosita da una cintura formata da una catena d’oro con pietre preziose che termina con una nappa di perle.

Le due nobili figure si stagliano con grande precisione sullo sfondo: la pittura è molto chiara, nitida e ben definita nei dettagli, soprattutto quelli delle ricche vesti. La luce è ugualmente chiarissima e fredda, tanto da bloccare le due figure.

Il ritratto fu dipinto nell’estate del 1545, quando la famiglia granducale si trovava nella villa di Poggio a Caiano. Sullo sfondo blu si intravede un paesaggio, che allude ai domini di Cosimo appena conquistati nel territorio di Pisa.

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Dettagli Autore

Angiolo (o Agnolo) di Cosimo Tori detto Bronzino nacque a Firenze nel 1503. Qui studiò per un periodo nella bottega di Raffaellino del Garbo ma per la sua formazione fu determinante il rapporto con Pontormo: il suo stile, infatti, influenzò fortemente la pittura del Bronzino.

Le prime opere importanti di Agnolo furono ritratti per una prestigiosa committenza: nel 1533 dipinse il duca di Urbino, Guidobaldo, quindi Bartolomeo e Lucrezia Panciatichi e Ugolino Martelli, che si datano tra il 1533 e il 1540. In essi emerge già l’abilità del pittore nel restituire le fisionomie dei personaggi raffigurati ma anche le loro vesti, i gioielli, i preziosi accessori. Emerge anche quel disegno fermo e netto, quella pittura algida, dai colori chiarissimi e freddi che tendono a bloccare l’immagine, tipica del Bronzino. Uno stile che l’artista arricchì studiando Michelangelo e che rese sempre più scultoreo, semplificando le forme.

La pittura di Bronzino tende infatti al rilievo; non restituisce la freschezza degli incarnati o la varietà delle passioni: le sue figure tendono ad essere solide come il marmo e ad esibire un contegno distaccato, aristocratico e altero.
Nel 1540 entrò alla corte di Cosimo de’ Medici, divenuto granduca di Toscana appena un anno prima. Ritrasse Cosimo, la moglie Eleonora di Toledo con i figli e i membri più illustri della famiglia. Questi furono raffigurati in ritratti di piccole dimensioni per lo studiolo di Cosimo, progettato da Giorgio Vasari in Palazzo Vecchio. Proprio a Palazzo Vecchio affrescò la cappella di Eleonora di Toledo con le Storie di Mosè e nella volta le apoteosi di San Francesco, San Girolamo, San Giovanni, l’Arcangelo Michele (1545-1564).

Bronzino lavorò anche a Pisa, sempre per Cosimo, e qui dipinse il ritratto di Luca Martini, ingegnere delle bonifiche (Firenze, Galleria Palatina) e una tavola per il duomo. Tornato a Firenze completò gli affreschi del Pontormo nella basilica di San Lorenzo. Nel 1563 fu tra i fondatori dell’Accademia del Disegno, una associazione di artisti creata da Cosimo e dal Vasari che si occupava della tutela delle arti e degli artisti. Continuò a lavorare soprattutto per i Medici ma non fu solo un pittore elegante e raffinato. Egli infatti fu anche poeta e colto letterato, vero uomo di corte: amava il Petrarca, al tempo molto in voga, e scrisse diversi sonetti galanti, come quelli indirizzati alla bella Laura Battiferri, moglie di Bartolomeo Ammannati, anche lei letterata. Bronzino scrisse pure composizioni umoristiche e fu accademico della Crusca.

Morì nel 1563.

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La storia degli Uffizi prende le mosse dall’insediamento di Cosimo I Medici come duca di Toscana nel 1560; egli voleva riunire le tredici magistrature fiorentine, gli uffici, in un unico edificio, così da poter esercitare su loro un potere di controllo. Il progetto del lavoro viene affidato a Giorgio Vasari e il cantiere inizia l’anno successivo. Il progetto prevede un edificio a forma di U, costituito da un braccio lungo a levante, da un tratto breve affacciato sul fiume Arno e da un braccio corto a ponente, e l’edificio rielabora il motivo architettonico della loggia classica. Alla Galleria si accede dall’adiacente Palazzo Vecchio, sede dei duchi, tramite un breve passaggio su tre piani. Si deve a Francesco I, Granduca di Toscana dal 1574 al 1587, il primo allestimento museografico della Galleria. Grazie all’opera dell’architetto Buontalenti e all’iniziativa di Ferdinando II, la Galleria diviene il luogo di rappresentanza, decorato a grottesche da Antonio Tempesta, dove si conservano le opere e la serie di ritratti degli Uomini Illustri che vengono posti accanto ai ritratti dei Medici, secondo una politica di esaltazione della dinastia. Nel complesso, lo spazio si estende per 8000 mq, in quarantacinque sale poste tutte al terzo piano e racchiude in sé capolavori della pittura italiana ed europea, come la Maestà di Ognissanti di Giotto, la Trinità di Simone Martini, le pale di Duccio, di Gentile da Fabriano e di Mantegna, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi di Leonardo, opere di Botticelli quali la Venere e la Primavera, la Madonna della seggiola e la Madonna del cardellino di Raffaello, la Venere di Urbino di Tiziano, il Bacco di Caravaggio e il Trionfo di Enrico IV di Rubens.

Ferdinando II dà anche impulso alla realizzazione di nuovi ambienti della Galleria: lo Stanzino delle Matematiche, una Terrazza e l’Armeria. Tra il 1696 e il 1699 il Granduca Cosimo III ordina la decorazione del corridoio che si affaccia sull’Arno con affreschi di soggetto religioso e il trasferimento a Firenze alcuni dei più celebri esemplari della statuaria antica conservati in Villa Medici a Roma; in questa occasione, viene realizzala la Sala della Niobe, dall’omonimo complesso di sculture antiche. Continuano le acquisizioni con autoritratti di pittori antichi e contemporanei, posti nel Corridoio vasariano, e la collezione si incrementa grazie alla raccolta grafica del cardinale Leopoldo de Medici, oggi parte del Gabinetto dei disegni e delle stampe.

Con l’estinzione della casata medicea per mancanza di eredi (1737), Anna Maria Luisa de’ Medici lega alla città di Firenze i tesori della Galleria, in modo che le collezioni non vengano disperse e il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena apre nel 1769 le sale al pubblico. In questo contesto, gli anni Settanta del Settecento vedono gli Uffizi come un laboratorio privilegiato per gli studi di storia dell’arte e per ipotesi di nuovi allestimenti, grazie all’opera di Luigi Lanzi e Giuseppe Pelli Bencivenni.

Con il Regno d’Italia e il trasferimento delle statue rinascimentali nel nuovo Museo nazionale del Bargello, la Galleria assunse progressivamente la funzione predominante di Pinacoteca. Riceve sempre più visitatori e gli uffici delle magistrature perdono progressivamente il loro luogo politico per diventare archivi pubblici. Nel 1900 venne acquistata la quadreria dell’arcispedale di Santa Maria Nuova, tra cui il Trittico Portinari di Hugo van der Goes, proveniente dalla chiesa di Sant’Egidio, e da inizio Novecento si potenziano, con acquisti e trasferimenti da varie chiese e istituti religiosi, le aree del Trecento e del primo Quattrocento, allora ancora estranee al nucleo storico del museo.

Risale al 1956 il riallestimento delle prime sale della Galleria, ad opera degli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, ora caratterizzate da tinte di colore chiaro che fanno risaltare il soffitto a capriate lignee; nel 1969 venne acquistata la Collezione Contini Bonacossi che porta nella Galleria opere come il San Girolamo di Giovanni Bellini, il San Girolamo di Cima da Conegliano, il San Francesco di Francesco Francia, la Maria Maddalena di Savoldo, le tele del Tintoretto e di Velázquez l’Acquaiolo di Siviglia e il Ritratto equestre di Filippo IV di Spagna .

Dal 2006 gli Uffizi sono interessati da lavori di restauro architettonico, di adeguamento impiantistico e nuovi allestimenti delle sale. Il museo è sempre rimasto aperto e con la riforma del sistema museale italiano nel 2014 sono stati uniti agli Uffizi i musei di Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli.

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