Ritratto di Giuseppe Ballati Nerli

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Luigi Mussini

Ritratto di Giuseppe Ballati Nerli

Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Siena
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Il dipinto raffigura un giovane uomo in piedi, girato di tre quarti con lo sguardo sereno e calmo verso l’osservatore. Si trova in una stanza molto sobria con grigie pareti che hanno come unica decorazione semplici riquadri in stucco.

I capelli dell’uomo, corti, lisci e castani, lasciano scoperta la fronte ampia e gli occhi scuri, mentre la morbida barba è folta ma bene ordinata.

Il giovane indossa un abito scuro, ravvivato dalla camicia bianca ornata da un fiocco di seta nero e da un panciotto a quadri, sui toni del grigio, dal quale pende una catenella d’oro. Un sigillo in corniola pende dalla catenella luccicante. Sopra il vestito l’uomo porta una toga nera da avvocato.

La mano sinistra è infilata nel gilet, mentre la destra si appoggia sulla scrivania alle sue spalle, un tavolo in legno di noce decorato con modanature e intagli di gusto neo cinquecentesco. Sopra di esso poggiano due volumi rilegati in pelli. Sono due tomi della Storia d’Italia, come si legge sulla costola in oro.

L’uomo è stato a lungo identificato con il conte Scipione Bichi Borghesi, che di professione era avvocato, per via della toga che indossa. Studi più recenti hanno invece dimostrato che si tratta di Giuseppe dei marchesi Ballati Nerli, intimo amico di Mussini e dello stesso Bichi Borghesi, morto nell’ottobre del 1848 dopo aver combattuto a Curtatone e Montanara ed essere stato prigioniero degli austriaci.

Il dipinto era stato commissionato a Mussini dalla madre di Giuseppe, Maria Ballati Nerli, in ricordo del figlio appena morto, come lo stesso Luigi ricorda nelle sue memorie e in una lettera all’amico Giovanni Duprè dell’ottobre 1849.

Il ritrovamento dell’acquerello di Cristiano Banti che ritrae Giuseppe vestito da volontario garibaldino (1849) e di un altro ritratto del giovane, sempre ad acquerello, realizzato dallo stesso Mussini, confermano l’identità dell’uomo della nostra tela.

Il marchese Ballati Nerli non aveva fatto studi di legge, dunque la critica ha interpretato la toga e la presenza dei due volumi della Storia d’Italia come una allusione simbolica all’impegno di Giuseppe per la causa nazionale. Un impegno patriottico per il quale sacrificò la propria giovane vita.

Il dipinto è siglato e datato “LM 18/50” [1850]. Mussini, dunque, lo dipinse a Parigi, ricordando a memoria le fattezze dell’amico. Il disegno pulito, il taglio compositivo e la luce calda che avvolge la figura sono elementi che legano fortemente quest’opera alla ritrattistica di Jean Auguste Dominique Ingres, artista che Mussini conobbe, ammirò e studiò a fondo durante il lungo soggiorno parigino.

Il testamento della marchesa Maria Ballati Nerli, rogato nel 1856, ci informa che il dipinto si trovava nel suo salotto e che alla sua morte (1860) sarebbe passato in eredità al conte Scipione Bicchi Borghesi, come di fatto avvenne. La Fondazione Monte dei Paschi di Siena lo ha acquisito nel 2007.

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Dettagli Autore

Luigi Mussini nacque nel 1813 a Berlino ma quando aveva cinque anni la famiglia si trasferì a Firenze dove Luigi fu educato alla musica – il padre era un compositore – e al disegno. Nel 1830 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Firenze dove seguì i corsi di Pietro Benvenuti e Giuseppe Bezzuoli e dove vinse vari premi e concorsi con dipinti di soggetto mitologico (Telemaco nella grotta di Calipso, 1834), religioso (Conversione di San Paolo, 1834) e biblico (Samuele unge David re d’Israele, 1836) che già mostrano i primi segni del suo purismo. Nel 1840 vinse il pensionato dell’Accademia a Roma, dove poté soggiornare quattro anni inserendosi nell’ambiente francese di villa Medici. Fu qui che conobbe Jean Auguste Dominique Ingres, pittore che influenzò ancor più in senso purista la pittura del giovane Luigi.

A Roma Mussini approfondì anche lo studio del Quattrocento e del Cinquecento. Ciò è evidente nelle opere di questo periodo come La musica sacra (1841, Firenze, Galleria dell’Accademia) molto apprezzata a Firenze e legata ai modelli del Perugino.

Al termine del pensionato nel 1844 Mussini tornò a Firenze, aprì uno studio presso San Barnaba e iniziò a dipingere le prime opere in autonomia come Il trionfo della verità (Milano, Accademia di Brera) subito acquistato dal marchese Ala Ponzoni che in quell’occasione invitò il pittore a Napoli. Qui Mussini soggiornò tra il 1845 e il 1846. Tornato a Firenze insegnò in una scuola che aveva fondato in via Santa Apollonia con il pittore svizzero Adolf von Stürler, allievo di Ingres che aveva conosciuto a Roma.

Nel 1848 si arruolò volontario per combattere con i rivoluzionari nei moti ma solo un anno dopo, deluso dagli eventi, andò a Parigi dove presentò le La musica sacra e Il trionfo della Verità al Salon del 1849, ricevendo una medaglia. In Francia Mussini ritrovò Ingres e l’amico Ala Ponzoni, che lo introdusse nei salotti culturali di Parigi e lo mise in contatto con artisti come Jean-Léon Gérôme e Auguste Gendron. Per il governo francese dipinse una copia della sua Musica sacra, oggi a Rodez (Musée des Beaux-Arts Denys-Puech) e iniziò I parentali di Platone celebrati da Lorenzo il Magnifico a Careggi (Bourg en Bresse, Musée de Brou).

Dopo la morte di Francesco Nenci, nel novembre del 1851 Mussini tornò in Italia per dirigere l’Istituto di Belle Arti di Siena, carica che ricoprì fino alla morte.

A partire dagli anni Sessanta Mussini ebbe incarichi importanti per la tutela del patrimonio artistico italiano: dal 1860 fu membro della Consulta per le Belle Arti del Regno (poi Giunta Superiore di Belle Arti) e dal 1867 si trovava nella Commissione consultiva conservatrice di Belle Arti per Siena e Grosseto. Fu presidente e membro di numerose commissioni per l’assegnazione di premi e incarichi pubblici per monumenti cittadini. La sua indiscussa autorità lo portò anche a sovrintendere diversi restauri seguendo un principio filologico e di recupero degli elementi originari, frutto della sua cultura purista. Predilesse dunque ripristini radicali e rifacimenti in stile, secondo un’idea che rispondeva al gusto e alla cultura del tempo.

Nel 1880 fu eletto nel Consiglio Comunale di Siena.

Tra le sue opere più importanti si ricordano Eudoro e Cimodoce (1855, Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti) tratto da Les Martyrs di René del Chateaubriand; Mater Dolorosa (1856, Siena, Museo Civico di Siena) una tempera su tavola con fondo oro di ispirazione neo-quattrocentesca; Decamerone senese (1858) e il Ritratto di Vittorio Emanuele II (1860, Siena, Palazzo Pubblico). Sono da ricordare anche l’Odalisca (1862, Milano, Accademia di Brera), influenzata dall’esempio di Ingres, L’educazione spartana (1869 Montauban, Musée Ingres) e uno dei pochi soggetti religiosi del Mussini, S. Crescenzio che rende la vista a una cieca mentre è condotto al martirio, grande pala per l’altare di San Filippo nel duomo di Siena (1868).

Mussini morì a Siena nel 1888.

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La Fondazione Monte dei Paschi di Siena è stata costituita il 28 agosto 1995 con il conferimento dell’attività Bancaria e si configura come la banca più antica al mondo ancora operante. Ha sede nel Palazzo Sansedoni, che si affaccia su Piazza del Campo, e si impegna a svolgere attività filantropiche nei settori culturali, artistici ed ambientali.

La fondazione conserva e valorizza due collezioni: quella di Opere d’Arte e quella Malandrini di Fotografia Senese; entrambi i fondi sono completamente digitalizzati e consultabili on-line. La prima raccolta comprende oggi 57 pezzi che cercano di raccontare il panorama artistico senese che è stato disperso nel corso dei secoli. È stata istituita un’apposita commissione di studiosi e storici dell’arte volta ad individuare opere della scuola senese tra il XIII e il XVIII secolo. Tra queste, si ricordano di Segna di Bonaventura la Madonna col Bambino in trono, San Bartolomeo, Sant’Ansano e una donatrice, la Santa Lucia del Maestro dell’Osservanza, la Madonna col bambino e il San Giovannino del Brescianino, la Santa Cecilia di Ventura Salimbeni, il Compianto sul Cristo morto di Francesco Vanni, di Rutilio Manetti il San Girolamo penitente e la Sacra famiglia con Maddalena di Bernardino Mei.

La raccolta Malandrini è intitolata al suo fondatore, Ferruccio Malandrini, a sua volta fotografo, e viene istituita nel 1975. Raccoglie fotografie storiche e documentarie relative al suo territorio, risalenti al periodo tra il 1853 e il 1950. La collezione è raccolta in 135 unità. Le unità rappresentano la suddivisione del collezionista avvenuta per nuclei tematici, per provenienza, per caratteristiche tecniche e storiche, e contano in totale 11.389 esemplari.

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