Ritratto di Clemente VII

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Sebastiano del Piombo

Ritratto di Clemente VII

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
Dettagli Opera

Il dipinto è un ritratto di papa Clemente VII, esponente della famiglia Medici (Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano), eletto papa nel 1523. Il papa siede su di una savonarola di cui si intravede solo uno dei due braccioli, con il corpo leggermente ruotato in senso opposto a quello della testa. Sebastiano lo rappresenta in un atteggiamento di sprezzante distacco con lo sguardo rivolto altrove e il volto immobile, allo scopo di mettere ben in risalto la sua nobile maestà. Il punto di vista è ribassato e questa scelta aumenta drasticamente il senso di monumentale incombenza del personaggio. Tutto il dipinto gioca sui contrasti tonali tipici della pittura veneta: il verde del fondo, il rosso sangue e il bianco della veste papale. Nonostante lo sguardo indifferente il ritratto di Clemente VII mantiene il contatto con lo spettatore che inevitabilmente si sente intimidito dalla visione della nobiltà del papa. Nella mano destra, l’unica che ci è permesso di vedere data la particolare inquadratura, Clemente VII stringe un foglio di carta, forse una lettera: la sua espressione insieme a questo dettaglio destano curiosità nell’osservatore che vorrebbe poter conoscere i pensieri del papa Medici, il quale, cupo, sembra presagire il terribile destino che di lì a poco avrebbe colpito Roma.

Grazie ad una lettera del 1531 tra l’autore e l’amico Michelangelo Buonarroti, siamo a conoscenza della presenza di due ritratti di papa Clemente VII di mano di Sebastiano, entrambi precedenti al sacco del 1527. Anche Vasari li cita entrambi, ricordandone uno a casa del cardinale Girolamo Bencucci da Schio e l’altro, probabilmente il nostro di Capodimonte, ancora nello studio del pittore. Questo secondo dipinto, passato per diverse mani, da Roma giunse a Parma, poi a Napoli nel 1734, ospitato a Palazzo Reale (Capodimonte), per poi essere requisito dai Francesi nel 1799. Tornò a Roma, e poi smise il suo peregrinaggio approdando a Napoli prima alla Galleria di Francavilla e poi nel Museo di Capodimonte.

Se non si è mai dubitato dell’autografia del ritratto, negli anni si sono fatte varie supposizioni riguardo l’identità dell’effigiato. Solo con gli studi iconografici dei primi anni del Novecento finalmente lo si è individuato con certezza come ritratto di papa Clemente VII, il papa Medici del Sacco di Roma.

L’opera si data certamente tra il 1523, anno della salita al soglio pontificio, e il 1527 del sacco di Roma. Grazie ad una lettera tra Leonardo del Sellaio e Michelangelo dove si parla di un ritratto di mano di Sebastiano terminato in giugno, si propone come datazione il 1526.

 

Bibliografia essenziale:

Bernardini G., Sebastiano del Piombo, Bergamo 1908, p.5;

Rolfs W.,Clemens VII. Und Peter Cornesecchi, in “Repertorium fur Kunstwissenschaft”, XLV, 1925, pp. 121 ss.;

Pallucchini R., Sebastian Vineziano (Fra Sebastiano del Piombo), Milano 1944, pp. 66, 132, nota 136, 168, tav. 66;

Longhi R., Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, p. 19;

Hirst M., Sebastiano del Piombo, Oxford 1981, pp. 106-108, 110-112, 156, figg. 126-127;

Leone de Castris P., in Museo Nazionale di Capodimonte. La Collezione Farnese. I dipinti lombardi, liguri, veneti, toscani, umbri, romani, fiamminghi, Altre scuole. Fasti Farnesiani, Napoli 1995, pp. 47-48 (con bibliografia precedente);

Irlenbush C., commento a Giorgio Vasari , Das LAben des Sebastiano del Piombo neu ubersetzt und kommentiert, Berlino 2004, pp. 22 fig. col., 58-59 nota 68;

Di Monte M., Luciani (De Lucianis), Sebastiano, detto Sebastiano del Piombo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 66, Roma 2006, pp. 325-331;

AA.VV, in Sebastiano del Piombo 1485-1547, scheda di catalogo (Roma-Berlino 2008),  pp. 210-211;

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Dettagli Autore

Sebastiano Luciani detto Sebastiano del Piombo nasce a Venezia nel 1485. Il soprannome “del Piombo” gli deriva dall’incarico di piombatore (funzionario della cancelleria apostolica addetto alla registrazione delle bolle pontificie) conferito nel 1531 da papa Clemente VII.

Dopo gli inizi da musicista (Vasari lo ricorda come suonatore di liuto), si dedica alla pittura frequentando la bottega di Giovanni Bellini, di cui si possono avvertire i riflessi nella Madonna col Bambino e due santi della Gallerie dell’Accademia (1504-5). Oltre del maestro Bellini, Sebastiano subisce fortemente l’influenza di Giorgione e in particolare di alcune sue opere come i perduti affreschi del Fondaco dei Tedeschi. Del maestro adotta in particolar modo il pittoricismo sfumato, già manifestando tuttavia un’inclinazione alla monumentalità compositiva che gli faciliterà poi l’inserimento nell’ambiente romano. Di questo periodo sono le ante dell’organo di San Bartolomeo a Venezia (1508 ca.) e l’incompiuto Giudizio di Salomone (1508-9).

Nel 1511 Sebastiano si trasferisce a Roma dove lavora per Agostino Chigi e stringe una duratura amicizia con Michelangelo. Il suo primo incarico, in competizione diretta con Raffaello, è la raffigurazione del Polifemo per la Villa Farnesina, posizionato accanto al Trionfo di Galatea del maestro urbinate. Tra i capolavori del periodo romano, caratterizzati da una religiosità austera e dolente, sono la Pietà del museo civico di Viterbo (1516 ca.), uno dei suoi più grandi capolavori, dipinto per Giovanni Botonti, dignitario del pontefice, la Pietà dell’Ermitage di Leningrado (1516), la decorazione della Cappella Borgherini in San Pietro in Montorio(1517-24), la Visitazione del Louvre (1521), opera realizzata per la moglie del re Francesco I, la Flagellazione del Museo Civico di Viterbo(1525), il Cristo Portacroce, di cui esistono più versioni, e infine la pala della Cappella Chigi in Santa Maria del Popolo(1532).  Nel 1517, per via di un incarico commissionato dal futuro papa Giulio de’ Medici, Sebastiano si trova nuovamente in rivalità con Raffaello. Ad entrambi viene commissionata un’opera per la cattedrale di Narbonne in Francia: Raffaello eseguirà la Trasfigurazione, Sebastiano la Resurrezione. Alla fine il cardinale deciderà di tenere per sé la Trasfigurazione in quanto ultima opera dell’urbinate e di inviare in Francia l’opera di Del Piombo, oggi alla National Gallery di Londra.

Nel 1527, per sfuggire al sacco di Roma, si rifugia nella sua città natale, Venezia, fino al 1529. Nel 1531 viene nominato piombatore da papa Clemente VII e da questo momento in poi lascerà sempre più in disparte la sua attività di pittore. Nel 1534 termina in malo modo l’amicizia pluriennale con Michelangelo: quest’ultimo rifiuta suoi consigli tecnici durante l’impresa del Giudizio Universale e rompe l’amicizia.

Di particolare rilievo, numericamente e qualitativamente, è la produzione ritrattistica di Del Piombo, tipologicamente autonoma sia da Raffaello che da Michelangelo: ricordiamo per esempio il Ritratto di pastore con il flauto, il Ritratto del Cardinale Sauli e quello di Clemente VII del 1526.

Sebastiano muore il 21 giugno del 1547 a Roma.

 

 

 

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Sebastiano del Piombo
Dettagli Museo

La raccolta del Museo di Capodimonte risale al collezionismo raffinato ed elegante della famiglia Farnese. Il primo nucleo, infatti, si forma nel 1534 grazie all’iniziativa di Alessandro Farnese (1520-1589), poi papa col nome di Paolo III, interessato sia alle antichità (oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che alle principali personalità artistiche del periodo. Nel 1734 Carlo di Borbone sale al trono ed eredita la collezione della madre Elisabetta Farnese che era stata trasferita da Roma a Parma nel corso del XVII secolo; in questa occasione si sente l’esigenza, non più procrastinabile, di avere una sede idonea per la collezione. Nel 1738 iniziano i lavori per la costruzione in collina della reggia di Capodimonte, che fin dalla sua fondazione, ha svolto il duplice ruolo di residenza abitativa e di museo espositivo, inizialmente visitato unicamente da personaggi illustri come Johann Winckelmann, Antonio Canova e il marchese De Sade. Il museo viene inaugurato nel 1957, grazie alle insistenze di Ferdinando Bologna Raffaello Causa, aprendo al pubblico una vastissima collezione che comprende 2900 dipinti, 150 sculture, 17700 oggetti di arte decorativa e 26000 disegni, estesi per 12000 metri quadrati e divisi in 114 sale.

Nel corso del Settecento, la collezione si arricchisce con opere commissionate dai sovrani borbonici ma il saccheggio da parte delle truppe francesi nel 1799 segna l’inizio di una fase di declino, soprattutto per la sua funzione museale. Nell’Ottocento, sembra infatti prevalere la funzione abitativa su quella museale; infatti, il generale francese Gioacchino Murat e la consorte scelgono la reggia come residenza di corte, arricchendone la collezione degli arredi e le decorazioni interne. Solamente con l’arrivo dei Savoia, e grazie all’opera di Annibale Sacco, si apre una nuova stagione: da un lato vengono raccolti gli oggetti d’arte sparsi tra le varie residenze borboniche e dall’altro si attribuisce nuova attenzione alla produzione figurativa contemporanea.

Sono dunque due i nuclei principali della collezione. Quello Farnese comprende i ritratti del cardinale Alessandro Farnese, di Giorgio Vasari e Andrea del Sarto realizzati da Raffaello, il Bernardo de’ Rossi di Lorenzo Lotto, i Paolo III e Paolo III con nipoti Alessandro e Ottavio Farnese e la Danae di Tiziano, il Ritratto della giovane donna della Antea di Parmigianino, la donazione fatta nel 1600 da Fulvio Orsini i cartoni di Raffaello e Michelangelo e i cicli pittorici dei Carracci. Il secondo nucleo è costituito dalla raccolta di opere della storia dell’arte napoletana, dal 1200 al 1700 circa. Dalle tavole di Simone Martini, al San Girolamo di Colantonio, testimonianza della viva e ricca stagione aragonese, alle influenze di forestieri come Pinturicchio con la pala dell’Assunzione della Vergine, fino al Seicento, considerato il secolo principale per la pittura napoletana, dominata dall’influenza dello stile di Caravaggio e dei caravaggeschi. Del Merisi si conserva La flagellazione del 1606-1607, accanto al Sileno ebbro di Ribera, alla Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, ad Atalanta e Ippomene di Guido Reni e al San Sebastiano di Mattia Preti.

L’attuale allestimento è il risultato di una campagna di restauri (anni Ottanta-1999) e determina la suddivisione della collezione su tre piani: al piano terra le sale didattiche, al piano ammezzato il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, al primo piano la Galleria Farnese, la collezione Borgia e l’Appartamento Reale, al secondo piano la Galleria Napoletana e la collezione d’Avalos e al terzo piano Galleria dell’Ottocento e la Galleria fotografica.

 

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