La Pia de’ Tolomei

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Arturo Viligiardi

La Pia de’ Tolomei

Fondazione Monte dei Paschi di Siena, Siena
Dettagli Opera

Il dipinto raffigura la nobildonna senese Pia de’ Tolomei, vissuta tra la fine del Duegento e i primi anni del Trecento, tradizionalmente identificata con l’anima gentile della giovane che Dante incontra nel V canto del Purgatorio (Divina Commedia). Qui ella sta purificando i propri peccati in attesa di ascendere al Paradiso e racconta al poeta la sua triste storia e la sua morte, nella solitudine, in Maremma.

Si sono fatte molte ipotesi per identificare la donna e anche se non esiste una documentazione certa la tradizione ha “costruito” la sua vicenda; la giovane, infatti, è ormai identificata con Pia de’ Tolomei, uccisa dal marito Nello Pannocchieschi, signore del Castel di Pietra in Maremma, per sposare Margherita Aldobrandeschi, contessa di Savoia e Pitigliano.

Secondo altri, invece, la donna sarebbe una certa Pia Malavolti, sposa infedele di un membro della famiglia Tolomei, che chiese al Pannocchieschi di far sparire la moglie; ella, dunque, fu portata in Maremma dove morì forse uccisa.

La storia, o meglio la leggenda di Pia ebbe molta fortuna nell’Ottocento quando, appena unificata l’Italia, la cultura del tempo riscopriva la storia, l’arte e la letteratura del passato nazionale, soprattutto del Medioevo: essa fu oggetto di studi e pubblicazioni, come La Pia de’ Tolomei, leggenda romantica (1848) di Bartolomeo Sestini, mentre Gaetano Donizetti musicò l’opera lirica La Pia de’ Tolomei (1836-1837) e molti artisti la rappresentarono nelle loro opere.

Il nostro dipinto si inserisce nella tradizione anche se ne valorizza il significato religioso, più che leggendario e romantico, raffigurando la donna che medita in raccoglimento, immersa nel dolore e nel pentimento per i propri peccati.

Pia, infatti, è ritratta con le mani giunte in preghiera e in ginocchio su uno scalino, appoggiata a una piccola balaustra che pare un inginocchio. Indossa un abito bianco con una cintura nera alla quale è appesa una scarsella scura decorata con ricami. Un velo, che allude al matrimonio ormai finito, poggia sulla balaustra e scende fino a terra, mentre i capelli sono lunghi e neri, ornati con una sottile coroncina in metallo.

La donna è prigioniera nel Castel di Pietra, qui rappresentato dalla perfetta architettura e dalla torre cilindrica in secondo piano, e controllata a vista dal castellano, che qui pare più un eremita con cappuccio e una lunga barba bianca.

Oltre il castello si vede un paesaggio, quello della Maremma.

Non abbiamo notizie sulle origini della tela e sulla sua commissione se non per un appunto in una biografia anonima dell’artista, che data l’opera intorno al 1891. Questa datazione è confermata dal tema scelto, di ambito storico e medievale, al quale l’artista si interessò proprio negli anni tra il 1891 e il 1893. Esiste un piccolo studio preparatorio del dipinto che mostra la grande attenzione di Viligiardi verso la resa prospettica della scena e le architetture, che l’artista studiò a fondo. Anche in questo quadro, infatti, si vede una ricostruzione molto precisa e attenta degli edifici medievali.

Il dipinto è una lunetta come la cornice, iscritta in un rettangolo in metallo decorato con rosette e traforata con motivi trilobati di gusto gotico e medievale che ben si adattano all’ambientazione della scena. È in legno dorato, ferro e ottone e al centro, nella parte bassa, reca un’iscrizione a caratteri capitali dipinti in color minio e tratta dalla Divina Commedia: “Ricordati di me che, son la pia / siena mi fe’, disfecemi maremma / dante. cap. V / purgatorio”. Fu probabilmente disegnata e realizzata dallo stesso Viligiardi.

Il dipinto è entrato nella collezione del Monte dei Paschi di Siena nel 2005.

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Dettagli Autore

Arturo Viligiardi nacque a Siena nel 1869. Iniziò i suoi studi artistici nel 1875 presso la Società di esecutori di pie disposizioni della città e dal 1878 al 1879 frequentò la scuola serale di scultura “La Stella” con Giovanni Duprè. Poco dopo Viligardi entrò all’Accademia di Belle Arti di Siena, dove fu allievo del pittore purista Luigi Mussini e dove studiò anche ornato con Giorgio Bandini e architettura con Giuseppe Partini.

Grazie a questa eclettica formazione Viligiardi lavorò sia come pittore che come architetto, scultore e decoratore, assecondando la sua innata predisposizione verso l’artigianato e una velocità di esecuzione ricordata anche dai contemporanei. L’artista viaggiò moltissimo in Italia e copiò i grandi maestri della tradizione.

Durante la sua fase giovanile, durata fino alla metà degli anni Novanta e più legata all’Accademia, Viligiardi ottenne premi e vittorie in concorsi artistici con quadri di soggetto storico, molto in voga all’epoca, e mitologico quali L’arresto di Corradino di Svevia del 1888 e Sansone prigioniero (1891). Quest’opera gli garantì un pensionato in pittura di quattro anni finanziato dal Ministero dell’Istruzione.

Dal 1909 insegnò Decorazione e arredamento degli edifici alla Scuola Superiore di Architettura di Siena e si occupò per circa un decennio di restauro architettonico, sempre a Siena. In particolare lavorò al recupero e alla decorazione del palazzo del conte Guido Chigi-Saracini.

Nel 1932 fu eletto membro della Commissione consultiva per il piano regolatore della città di Siena e realizzò progetti come il rinnovamento edilizio del centro storico e il Quartiere degli Artisti nella valle di Follonica.
Vilgiardi fu molto legato alla sua città; lavorò anche come illustratore, ad esempio per il volume Dante a Siena (Siena, tipografia Lazzeri 1921), pubblicato in occasione del centenario dantesco e realizzò il manifesto celebrativo dell’edizione del Palio del 16 agosto 1898; disegnò i costumi per la sua contrada, la Tartuca, e scrisse saggi su “Rassegna d’Arte Senese”.

Tra le sue opere più importanti si ricordano la decorazione della tribuna di San Zanobi per il duomo di Firenze (1905) e il recupero delle parti medioevali di Palazzo Chigi-Saracini a Siena (1905), che nel 1922 decorò negli interni. A Roma, invece, lavorò come architetto e decoratore con Cesare Maccari al Senato (1882-1888) e tra il 1926 e il 1927 alla chiesa di Sant’Anna. Decorò i palchi del duomo di Orvieto e la cupola del santuario di Loreto (1888-1895). A Napoli lavorò alla villa del principe D’Ambrò (1883-1884). Tra i suoi dipinti a soggetto religioso e senese si ricordano La tentazione di Santa Caterina (Esposizione Internazionale di Roma 1904) e il busto in marmo della santa per il Pincio a Roma (1928).

Morì ad Alessandria nel 1936.

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Tutte le opere di

Arturo Viligiardi
Dettagli Museo

La Fondazione Monte dei Paschi di Siena è stata costituita il 28 agosto 1995 con il conferimento dell’attività Bancaria e si configura come la banca più antica al mondo ancora operante. Ha sede nel Palazzo Sansedoni, che si affaccia su Piazza del Campo, e si impegna a svolgere attività filantropiche nei settori culturali, artistici ed ambientali.

La fondazione conserva e valorizza due collezioni: quella di Opere d’Arte e quella Malandrini di Fotografia Senese; entrambi i fondi sono completamente digitalizzati e consultabili on-line. La prima raccolta comprende oggi 57 pezzi che cercano di raccontare il panorama artistico senese che è stato disperso nel corso dei secoli. È stata istituita un’apposita commissione di studiosi e storici dell’arte volta ad individuare opere della scuola senese tra il XIII e il XVIII secolo. Tra queste, si ricordano di Segna di Bonaventura la Madonna col Bambino in trono, San Bartolomeo, Sant’Ansano e una donatrice, la Santa Lucia del Maestro dell’Osservanza, la Madonna col bambino e il San Giovannino del Brescianino, la Santa Cecilia di Ventura Salimbeni, il Compianto sul Cristo morto di Francesco Vanni, di Rutilio Manetti il San Girolamo penitente e la Sacra famiglia con Maddalena di Bernardino Mei.

La raccolta Malandrini è intitolata al suo fondatore, Ferruccio Malandrini, a sua volta fotografo, e viene istituita nel 1975. Raccoglie fotografie storiche e documentarie relative al suo territorio, risalenti al periodo tra il 1853 e il 1950. La collezione è raccolta in 135 unità. Le unità rappresentano la suddivisione del collezionista avvenuta per nuclei tematici, per provenienza, per caratteristiche tecniche e storiche, e contano in totale 11.389 esemplari.

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