Ercole e l’ Idra

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Antonio di Jacopo Benci (Il Pollaiolo)

Ercole e l’ Idra

Gallerie degli Uffizi, Florence
Dettagli Opera

Il dipinto rappresenta la seconda delle dodici fatiche di Ercole: la lotta della divinità romana contro l’idra di Lerna, mostro con nove teste di serpente, che qui sono due. Il mostro sta avvolgendo con le proprie spire la gamba di Ercole, che con una mano tiene una delle teste e si accinge a colpire con la clava.

Ercole ha il capo coperto dalla pelle del leone Nemeo e la sua figura atletica è esaltata dalla posa tesa e plastica, tipica dell’eroe che sta raccogliendo le forze prima di scagliarsi contro il nemico. I muscoli e i tendini sono elastici, le gambe scattanti e le anatomie bene indagate. Le linee energiche e definite determinano questo effetto di tensione, evidente anche nel volto di Ercole, contratto per lo sforzo.

Il paesaggio è aspro e si perde in lontananza.

Il tema di Ercole è legato all’interesse dei Medici per l’antico e per i miti classici, sviluppato nell’ambito dell’Accademia Neoplatonica di Lorenzo il Magnifico. In particolare le fatiche di Ercole erano viste come simbolo della lotta tra la virtù e il vizio, il bene e il male.

L’opera è pendant della tavoletta con Ercole e Anteo ed è legata, nel tema, al ciclo con le fatiche di Ercole che Piero de’ Medici, padre di Lorenzo il Magnifico, aveva commissionato ad Antonio del Pollaiolo. In una lettera del 13 luglio 1494 a Gentile Virgilio Orsini Antonio ricorda di aver dipinto trent’anni prima quel ciclo, costituito da tre tele quadrate. Le tele sono registrate nell’inventario di Palazzo Medici, poi Riccardi, del 1494-1495 e sono descritte da Raffaello Borghini nel Riposo del 1584. Dopo questa data se ne sono perse le tracce.

Si pensa che le due tavolette degli Uffizi siano bozzetti preparatori o copie, mentre qualcuno ha ipotizzato che siano opere autonome, sempre di commissione medicea, forse legate al celebre bronzetto con Ercole e Anteo del Bargello. La scultura, commissionata da Lorenzo il Magnifico, o dal fratello Giuliano, fu realizzata intorno al 1475.

Le tavolette sono registrate nell’inventario dei Gondi di Firenze nel 1609 e descritte come un dittico. Entrarono nella Guardaroba di Palazzo Pitti nel 1784, per poi passare agli Uffizi il 21 agosto 1798. Durante la seconda guerra mondiale furono trafugate. Rodolfo Siviero le recuperò nel 1963 a Los Angeles.

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Dettagli Autore

Nacque a Firenze tra il 1431 e il 1432 e deve il suo soprannome al padre Iacopo, venditore di polli.
Iniziò la sua attività come orafo probabilmente presso la bottega di Piero Sali o di Maso Finiguerra ma ebbe presto grande successo.

Lorenzo il Magnifico, in una lettera a Giovanni Lanfredini del 1489, lo descrisse come il maggiore artista di Firenze sottolineando che ciò era opinione comune in città. Nel 1457 Antonio lavorava già al reliquiario d’argento per l’altare di San Giovanni, mentre intorno al 1460 dipinse per Piero de’ Medici (padre del Magnifico) le tre tele con le fatiche d’Ercole, molto ammirate e celebrate, che si trovavano a Palazzo Medici in via Larga (oggi via Cavour).

Antonio non fu solo orafo. Eseguì molti tabernacoli e reliquiari e fu attivo per l’Opera del Duomo di Firenze. Oltre ai due candelieri per l’altare di San Giovanni, infatti, disegnò i cartoni per i paramenti ricamati con le Storie del Battista.

Fu anche incisore, disegnatore e autore di bronzetti; il più celebre raffigura Ercole e Anteo (Firenze, Museo Nazionale del Bargello). È soprattutto in queste opere che Pollaiolo sviluppò la sua linea sottile ed energica, capace di esprimere il movimento, lo slancio plastico delle figure e le loro anatomie. Questa linea sarà ripresa, seppur in forme più gentili, dal più giovane Botticelli.

Antonio, che fu anche restauratore, decorò la cappella del cardinale del Portogallo (Iacopo di Lusitania) a San Miniato al Monte (1467 circa) col fratello Piero: i due dipinsero la tavola d’altare con i Santi Jacopo, Vincenzo ed Eustachio (Firenze, Galleria degli Uffizi) e i due angeli reggicortina a fresco sull’arco.

Dagli anni Ottanta lavorò stabilmente a Roma, alternando ritorni a Firenze dove inviava le sue opere. Col fratello si concentrò soprattutto sul sepolcro di Sisto IV, che firmò e datò nel 1493, e su quello di Innocenzo VIII (1492). Nel frattempo lavorò ai modelli per la cupola della sacrestia di Santo Spirito e per la facciata di Santa Maria del Fiore a Firenze.

Morì a Roma nel 1498.

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Dettagli Museo

La storia degli Uffizi prende le mosse dall’insediamento di Cosimo I Medici come duca di Toscana nel 1560; egli voleva riunire le tredici magistrature fiorentine, gli uffici, in un unico edificio, così da poter esercitare su loro un potere di controllo. Il progetto del lavoro viene affidato a Giorgio Vasari e il cantiere inizia l’anno successivo. Il progetto prevede un edificio a forma di U, costituito da un braccio lungo a levante, da un tratto breve affacciato sul fiume Arno e da un braccio corto a ponente, e l’edificio rielabora il motivo architettonico della loggia classica. Alla Galleria si accede dall’adiacente Palazzo Vecchio, sede dei duchi, tramite un breve passaggio su tre piani. Si deve a Francesco I, Granduca di Toscana dal 1574 al 1587, il primo allestimento museografico della Galleria. Grazie all’opera dell’architetto Buontalenti e all’iniziativa di Ferdinando II, la Galleria diviene il luogo di rappresentanza, decorato a grottesche da Antonio Tempesta, dove si conservano le opere e la serie di ritratti degli Uomini Illustri che vengono posti accanto ai ritratti dei Medici, secondo una politica di esaltazione della dinastia. Nel complesso, lo spazio si estende per 8000 mq, in quarantacinque sale poste tutte al terzo piano e racchiude in sé capolavori della pittura italiana ed europea, come la Maestà di Ognissanti di Giotto, la Trinità di Simone Martini, le pale di Duccio, di Gentile da Fabriano e di Mantegna, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi di Leonardo, opere di Botticelli quali la Venere e la Primavera, la Madonna della seggiola e la Madonna del cardellino di Raffaello, la Venere di Urbino di Tiziano, il Bacco di Caravaggio e il Trionfo di Enrico IV di Rubens.

Ferdinando II dà anche impulso alla realizzazione di nuovi ambienti della Galleria: lo Stanzino delle Matematiche, una Terrazza e l’Armeria. Tra il 1696 e il 1699 il Granduca Cosimo III ordina la decorazione del corridoio che si affaccia sull’Arno con affreschi di soggetto religioso e il trasferimento a Firenze alcuni dei più celebri esemplari della statuaria antica conservati in Villa Medici a Roma; in questa occasione, viene realizzala la Sala della Niobe, dall’omonimo complesso di sculture antiche. Continuano le acquisizioni con autoritratti di pittori antichi e contemporanei, posti nel Corridoio vasariano, e la collezione si incrementa grazie alla raccolta grafica del cardinale Leopoldo de Medici, oggi parte del Gabinetto dei disegni e delle stampe.

Con l’estinzione della casata medicea per mancanza di eredi (1737), Anna Maria Luisa de’ Medici lega alla città di Firenze i tesori della Galleria, in modo che le collezioni non vengano disperse e il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena apre nel 1769 le sale al pubblico. In questo contesto, gli anni Settanta del Settecento vedono gli Uffizi come un laboratorio privilegiato per gli studi di storia dell’arte e per ipotesi di nuovi allestimenti, grazie all’opera di Luigi Lanzi e Giuseppe Pelli Bencivenni.

Con il Regno d’Italia e il trasferimento delle statue rinascimentali nel nuovo Museo nazionale del Bargello, la Galleria assunse progressivamente la funzione predominante di Pinacoteca. Riceve sempre più visitatori e gli uffici delle magistrature perdono progressivamente il loro luogo politico per diventare archivi pubblici. Nel 1900 venne acquistata la quadreria dell’arcispedale di Santa Maria Nuova, tra cui il Trittico Portinari di Hugo van der Goes, proveniente dalla chiesa di Sant’Egidio, e da inizio Novecento si potenziano, con acquisti e trasferimenti da varie chiese e istituti religiosi, le aree del Trecento e del primo Quattrocento, allora ancora estranee al nucleo storico del museo.

Risale al 1956 il riallestimento delle prime sale della Galleria, ad opera degli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, ora caratterizzate da tinte di colore chiaro che fanno risaltare il soffitto a capriate lignee; nel 1969 venne acquistata la Collezione Contini Bonacossi che porta nella Galleria opere come il San Girolamo di Giovanni Bellini, il San Girolamo di Cima da Conegliano, il San Francesco di Francesco Francia, la Maria Maddalena di Savoldo, le tele del Tintoretto e di Velázquez l’Acquaiolo di Siviglia e il Ritratto equestre di Filippo IV di Spagna .

Dal 2006 gli Uffizi sono interessati da lavori di restauro architettonico, di adeguamento impiantistico e nuovi allestimenti delle sale. Il museo è sempre rimasto aperto e con la riforma del sistema museale italiano nel 2014 sono stati uniti agli Uffizi i musei di Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli.

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