Danae

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Tiziano Vecellio

Danae

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
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Il soggetto del quadro, che vanta notevole fortuna nel Cinquecento, rappresenta Danae, figlia del re di Argo Acrisio, mentre viene ingravidata da Zeus (da cui poi avrà il figlio Perseo), giunto nel suo nascondiglio sotto forma di pioggia d’oro. La tela orizzontale è occupata principalmente dal corpo della giovane, sensualmente adagiata in un interno non ben identificabile (forse la torre del mito), su un letto sfatto, che ci suggerisce la concitazione del momento. Ai piedi dell’eroina Cupido guarda stupito la pioggia scintillante e si scosta. Alle sue spalle un’apertura, incorniciata da una grande colonna, si affaccia su di un panorama aperto di cui scorgiamo solo il cielo per via del punto di vista ribassato.

La Danae napoletana di Tiziano incarna il nuovo modello, totalmente pagano e umanistico, di Danae Voluptas, da contrapporre a quello tardo medievale di Danae come Imago pudicitiae cristiana (cfr. Panofsky). La trasformazione da esempio di pudicizia ad esempio di voluttà avviene a fine Quattrocento con un progressivo denudarsi della giovane. Tiziano aveva di certo in mente alcuni esempi Cinquecenteschi di questo soggetto precedenti al suo, come l’affresco di Primaticcio nella Galleria di Francesco I a Fontainebleau (1527), conosciuto attraverso incisioni e disegni, e la tela commissionata da Federico II Gonzaga a Correggio (ora a Galleria Borghese, 1531) vista di persona in uno dei soggiorni mantovani dell’artista: in entrambi come in Tiziano l’eroina è raffigurata adagiata sul letto in un’atmosfera di grande erotismo. La posa della Danae richiama evidentemente anche le rappresentazioni di Venere, così numerose in quel periodo, prima tra tutte quella di Giorgione, maestro di Tiziano (Venere di Dresda, 1510 ca.).

Il colore così impastato è ottenuto da pennellate morbide e sfatte, e la mancanza di un disegno guida (come confermato dalle analisi) conferisce grande matericità alla scena e dona verità e sensualità al corpo della giovane. Sarà proprio la mancanza del disegno a far esprimere a Michelangelo un giudizio severo sulla tela, rendendo così palese lo storico conflitto tra il disegno fiorentino e il colorismo veneto.

Immagini come queste, ai nostri occhi di nessun turbamento, al contrario all’epoca dovevano scaturire reazioni eccitate al punto da portare i proprietari delle opere a decidere di relegarle in zone appartate della casa.

Questa è probabilmente l’opera vista da Vasari e Michelangelo a Roma al Belvedere, e risulta di proprietà dei Farnese, famiglia di papa Paolo III (da cui Tiziano riceverà numerose commissioni). Rimasta a Roma fino al 1649, la tela subì numerosi spostamenti per poi essere trafugata dal gerarca nazista Hermann Goering durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1947, a conflitto finito, viene recuperata in Austria e riconsegnata allo Stato Italiano.

 

Bibliografia essenziale:

Venturi A., Storia dell’Arte Italiana, IX-3, La Pittura del Cinquecento, Milano 1928, pp. 305-306;

Fogolari G., in Tiziano, a cura G. Fogolari (catalogo di mostra Venezia 1935), p. 13, n. 64;

Pallucchini R., Tiziano, 2 voll., Firenze 1969, pp. 110-111, 283-284;

Panofsky E., Problems in Titian, mostly iconografic, New York 1969, ed. 1992, pp. 25, 146-147;

Brandi C., Le due Danae, in Tiziano Vecellio, a cura di R. Pallucchini, atti del convegno, Roma 1977, pp. 21-30;

Valcanover F., in Tiziano, a cura di S. Biadene (catalogo di mostra Venezia 1990), pp. 267-269;

Zapperi R., Tiziano e i Farnese: aspetti economici del rapporto di committenza, in “Bollettino d’Arte”, LXVI, 1991, pp. 39-48;

Alabisio A. (a cura di), La Danae di Tiziano del Museo di Capodimonte. Il mito, la storia, il restauro, Napoli 2005, pp. 16-22;

Gentili A., Tiziano, Milano 2012, pp. 215-220;

Binotto M., in Tiziano, a cura di G.C.F. Villa (catalogo di mostra Roma 2013), pp. 198-201, n.27 (con bibliografia precedente);

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Dettagli Autore

Tiziano Vecellio nacque a Pieve di Cadore, in Veneto, nel 1488 o 1490. Si formò nella bottega di Gentile Bellini e poi presso il fratello Giovanni Bellini che influenzò moltissimo il suo stile. Altri importanti riferimenti per lui furono le opere di Giorgione, Albrecht Dürer, note anche attraverso incisioni, Raffaello e Michelangelo, che studiò a fondo. Risalgono a questo periodo il Concerto della Galleria Palatina di Firenze, Cristo portacroce (Venezia, Scuola di San Rocco) e, tra il 1508 e 1509, gli affreschi del Fondaco dei Tedeschi, dove in quel momento lavorava Giorgione. Già in questo periodo Tiziano mostra i caratteri tipici della sua fase giovanile cioè un’impostazione monumentale dello spazio e dei personaggi che si muovono con gesti ampi, colori chiari e luminosi.

Tra il 1516 e il 1518 lavorò alla celebre Assunta per la chiesa di Santa Maria dei Frari, quindi alla pala Pesaro, sempre per i Frari, e nel 1520 al polittico Averoldi (Brescia, chiesa dei SS. Nazaro e Celso). Queste commissioni ed altre per la committenza privata, spesso con significati e simbologie complesse e di carattere morale, (Tre età dell’uomo, 1512-1513, Edimburgo, National Gallery of Scotland; Amor Sacro e profano, 1514-1515, Roma, Galleria Borghese) garantirono al colto Tiziano un grande successo. Le corti italiane ed europee, infatti, gli chiesero molte opere: Alfonso d’Este gli commissionò le tele mitologiche con Offerta a Venere (1518-1519, Prado), Bacco e Arianna (1522-1523, Londra, National Gallery), Gli Andri (1523-1524, Prado); Guidobaldo della Rovere gli richiese la Venere di Urbino e numerosi furono i ritratti che realizzò per Carlo V o per Isabella d’Este (1536, Vienna, Kunsthistorisches Museum).

Tra il 1545 e il 1546 soggiornò a Roma ed entrò in una nuova fase della sua pittura, influenzata dal Manierismo dell’Italia centrale, fatta di contrasti chiaroscurali più netti, forme più plastiche e dinamiche, toni più scuri, come si vede nel ritratto di Paolo III con i nipoti (1546, Napoli, Museo di Capodimonte), nell’Incoronazione di Spine del Louvre (1542-1544) e nella Danae a Capodimonte.

Tra gli anni Quaranta e Cinquanta fu ad Augusta e si legò sempre più a Carlo V e al figlio Filippo II, sovrani di Spagna. Sono di questo periodo il Ritratto di Carlo V a cavallo (1548, Prado), la Gloria, la Deposizione e Santa Margherita, oggi tutte al Museo del Prado di Madrid. Per Filippo II lavorò ancora a soggetti mitologici con episodi legati a Diana.

L’opera matura e tarda di Tiziano è caratterizzata dalle sue meditazioni filosofiche sull’uomo e sul suo destino, che si riflettono in una pittura densissima, che tende a dissolvere la forma perché si esprime attraverso spessi tocchi di luce e colore, a volte dato sulla tela direttamente con le mani. Ne sono esempio l’Incoronazione di spine dell’Alte Pinakothek di Monaco e Il supplizio di Marsia (castello di Kroměříž), entrambe del 1570. Negli ultimi anni dipinse anche una Pietà destinata alla sua tomba che però è rimasta incompiuta (Venezia, Gallerie dell’Accademia).

Morì a Venezia nel 1576.

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Tiziano Vecellio
Dettagli Museo

La raccolta del Museo di Capodimonte risale al collezionismo raffinato ed elegante della famiglia Farnese. Il primo nucleo, infatti, si forma nel 1534 grazie all’iniziativa di Alessandro Farnese (1520-1589), poi papa col nome di Paolo III, interessato sia alle antichità (oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che alle principali personalità artistiche del periodo. Nel 1734 Carlo di Borbone sale al trono ed eredita la collezione della madre Elisabetta Farnese che era stata trasferita da Roma a Parma nel corso del XVII secolo; in questa occasione si sente l’esigenza, non più procrastinabile, di avere una sede idonea per la collezione. Nel 1738 iniziano i lavori per la costruzione in collina della reggia di Capodimonte, che fin dalla sua fondazione, ha svolto il duplice ruolo di residenza abitativa e di museo espositivo, inizialmente visitato unicamente da personaggi illustri come Johann Winckelmann, Antonio Canova e il marchese De Sade. Il museo viene inaugurato nel 1957, grazie alle insistenze di Ferdinando Bologna Raffaello Causa, aprendo al pubblico una vastissima collezione che comprende 2900 dipinti, 150 sculture, 17700 oggetti di arte decorativa e 26000 disegni, estesi per 12000 metri quadrati e divisi in 114 sale.

Nel corso del Settecento, la collezione si arricchisce con opere commissionate dai sovrani borbonici ma il saccheggio da parte delle truppe francesi nel 1799 segna l’inizio di una fase di declino, soprattutto per la sua funzione museale. Nell’Ottocento, sembra infatti prevalere la funzione abitativa su quella museale; infatti, il generale francese Gioacchino Murat e la consorte scelgono la reggia come residenza di corte, arricchendone la collezione degli arredi e le decorazioni interne. Solamente con l’arrivo dei Savoia, e grazie all’opera di Annibale Sacco, si apre una nuova stagione: da un lato vengono raccolti gli oggetti d’arte sparsi tra le varie residenze borboniche e dall’altro si attribuisce nuova attenzione alla produzione figurativa contemporanea.

Sono dunque due i nuclei principali della collezione. Quello Farnese comprende i ritratti del cardinale Alessandro Farnese, di Giorgio Vasari e Andrea del Sarto realizzati da Raffaello, il Bernardo de’ Rossi di Lorenzo Lotto, i Paolo III e Paolo III con nipoti Alessandro e Ottavio Farnese e la Danae di Tiziano, il Ritratto della giovane donna della Antea di Parmigianino, la donazione fatta nel 1600 da Fulvio Orsini i cartoni di Raffaello e Michelangelo e i cicli pittorici dei Carracci. Il secondo nucleo è costituito dalla raccolta di opere della storia dell’arte napoletana, dal 1200 al 1700 circa. Dalle tavole di Simone Martini, al San Girolamo di Colantonio, testimonianza della viva e ricca stagione aragonese, alle influenze di forestieri come Pinturicchio con la pala dell’Assunzione della Vergine, fino al Seicento, considerato il secolo principale per la pittura napoletana, dominata dall’influenza dello stile di Caravaggio e dei caravaggeschi. Del Merisi si conserva La flagellazione del 1606-1607, accanto al Sileno ebbro di Ribera, alla Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, ad Atalanta e Ippomene di Guido Reni e al San Sebastiano di Mattia Preti.

L’attuale allestimento è il risultato di una campagna di restauri (anni Ottanta-1999) e determina la suddivisione della collezione su tre piani: al piano terra le sale didattiche, al piano ammezzato il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, al primo piano la Galleria Farnese, la collezione Borgia e l’Appartamento Reale, al secondo piano la Galleria Napoletana e la collezione d’Avalos e al terzo piano Galleria dell’Ottocento e la Galleria fotografica.

 

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