Crocifissione

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Masaccio

Crocifissione

Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
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La Crocifissione era il comparto centrale superiore dell’imponente polittico dipinto da Masaccio per la cappella del notaio ser Giuliano di Colino degli Scarsi da San Giusto nella chiesa del Carmine di Pisa nel 1426. Il resto dei pannelli sono stati smembrati o dispersi. Ne sono stati rintracciati undici: la nostra Crocifissione di Capodimonte; la tavola principale, raffigurante la Madonna col bambino in trono e quattro angeli, conservata alla National Gallery di Londra; tre tavole di predella raffiguranti l’Adorazione dei Magi, i Martiri di San Pietro e San Giovanni Battista e San Giuliano che uccide i genitori con San Nicola che lancia i tre pomi d’oro alle fanciulle conservate negli Staatliche Museen di Berlino insieme a quattro piccoli pannelli con figure di Santi (Sant’Agostino, un Santo Carmelitano, San Gerolamo, e un altro Santo Carmelitano); una tavola con San Paolo conservata al Museo Nazionale di Pisa; una tavola con Sant’Andrea conservata al J. Paul Getty Museum a Malibu, in California.

L’opera è un’immagine profondamente essenziale: non compaiono né architetture, né paesaggi a smorzare la forte drammaticità dell’evento inscenato. L’unico elemento che permette di collocare la scena nello spazio è una striscia di terreno brullo appena visibile. La tavola è dunque concentrata esclusivamente sui quattro personaggi e sui loro sentimenti, le cui sagome in primo piano si stagliano su di un fondo oro indistinto. La composizione è dominata dal Cristo crocifisso: la massa corporea è risaltata dalla luce naturale, proveniente da sinistra. Tenendo conto della posizione che il pannello era destinato ad occupare nel polittico, il redentore è profondamente scorciato verso il basso, tanto da essere rappresentato senza collo con la testa incassata nel torace. L’effetto ottenuto dal profondo gioco di prospettiva è forse più maldestro che illusionistico ma testimonia il clima sperimentale del primo rinascimento fiorentino.

Ai piedi della croce sono rappresentati profondamente addolorati la madre Maria, Maddalena e San Giovanni. I tre dolenti reagiscono ognuno in maniera differente agli ultimi attimi della vita di Cristo. Maria, avvolta da una monumentale veste celeste, ha le mani giunte e sembra dedicare al figlio disperate parole d’amore materno. San Giovanni, figura ben più esile se paragonata a quella della Madonna che gli fa da pendant, ha lo sguardo perso e sembra invece incapace di dar voce al proprio dolore. Centrale, in una composizione piramidale, la Maddalena è rappresentata inginocchiata ai piedi della croce nella sua tipica veste rossa. In lei e nel suo grido straziante si concentra tutto il pathos della scena. La decisione di mostrare la Maddalena di spalle e in posizione centrale fu probabilmente dettata dalla sua inclusione successiva nell’elaborazione della composizione. Questo dipinto è da considerare certamente tra le rappresentazioni più commoventi dell’arte italiana.

Il polittico di Pisa è l’opera meglio documentata di Masaccio grazie al committente che annotò con estrema precisione i pagamenti e i solleciti.

La tavola venne acquistata nel 1901 dal museo come opera di un anonimo fiorentino. Pochi anni dopo William Suida la riconobbe come opera di Masaccio e la associò al polittico pisano.

Bibliografia essenziale:

De Rinaldis A., Guida illustrata del Museo Nazionale di Napoli. Parte seconda: Pinacoteca, Napoli 1911, pp. 14-19, cat. 6;

Somarè E., Masaccio, Milano 1924, pp. 28-29, 226, 228;

Berenson B., Italian Pictures of the Renaissence, Oxford 1932, p. 336;

Pittaluga M., Masaccio, Firenze 1935, pp73-77, 162;

Procacci V., Tutta la pittura di Masaccio, Milano 1951, ed. cons. Milano 1956, pp. 12-15, 40;

Shearman J., Masaccios’s Pisa Altar-piece: an Alternative Reconstruction, “The Burlington Magazine”, VIII, 1966, 762, p. 454;

Gardner von Teuffel A., Masaccio and the Pisa Altarpiece. A new Approach, “Jahrbuch der Berliner Museum”, XIX, 1977, pp. 23-68;

Berti L., Masaccio, Firenze 1988, pp. 52-53, 136-137;

Berti L.-Foggi R., Masaccio. Catalogo completo dei dipinti, Firenze 1989, pp. 45-72;

AA.VV., I Capolavori di Capodimonte da Masaccio ad Andy Warhol, catalogo di mostra a Napoli, Napoli 1994, p. 7, cat. 11;

  1. VV., Museo Nazionale di Capodimonte, a cura di N. Spinosa, Napoli 1994, p. 27;
  2. VV., in Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte. Le collezioni borboniche e post-unitarie, Napoli, Electa 1999, p. 66-68, (con bibliografia precedente);

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Dettagli Autore

Tommaso Cassai di Ser Giovanni di Mone nasce nel 1401 a San Giovanni in Altura, oggi San Giovanni in Valdarno, da Giovanni di Mone Cassai, di professione notaio, e monna Jacopa di Martinozzo. Masaccio, (Vasari nelle Vite gli attribuisce questo soprannome a causa della sua trascuratezza) orfano del padre a soli cinque anni, trascorre l’infanzia e la giovinezza in questi luoghi, dove probabilmente avviene anche la sua formazione.

Nel 1471 Masaccio si trasferisce a Firenze con la madre vedova e con il fratello e qui si impiega presso una bottega d’Arte pittorica, probabilmente in quella di Bicci di Lorenzo, la bottega più attiva dell’epoca; un apprendistato di Masaccio sotto Masolino (pittore suo conterraneo e più anziano di lui di quasi vent’anni), riportata da Vasari nell’edizione giuntina delle Vite del 1568, è ormai un’ipotesi scartata dalla critica, per via degli esiti troppo diversi delle opere dei due prima dell’inizio del loro sodalizio. In questo ambiente, entra in contatto con i fermenti culturali e umanistici della città e con le novità artistiche che Brunelleschi, Donatello e Nanni di Banco formulano in questi anni. Masaccio è fra i primi a rendersi conto del significato degli studi sulla prospettiva che sta svolgendo Brunelleschi e della profonda umanità dell’arte di Donatello e dimostra nelle sue opere un uso sapiente della prospettiva ed un forte rilievo delle figure modellate dalla luce. Conosce anche l’opera di Giotto, che però è in grado di comprendere e assimilare in maniera più autonoma rispetto ai suoi contemporanei.

Nel 1422 si iscrive all’Arte dei Medici e degli Speziali, iniziando così la sua attività di pittore autonomo. La prima opera certa di Masaccio è il Trittico di San Giovenale, realizzato per la chiesa di Regello ma eseguito a Firenze, come certifica proprio l’iscrizione a questa corporazione. La pala è indice di un disinteresse verso i motivi del gotico internazionale e di una prima precoce adesione alle novità del Rinascimento. L’anno successivo, Masaccio si reca a Roma con l’amico Brunelleschi per assistere al Giubileo. Al 1424 si data la collaborazione con Masolino da Panicale per la realizzazione del ciclo di affreschi delle Storie di San Pietro della Cappella Brancacci nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze.

Iscritto alla celebre Compagnia di San Luca (1424), nello stesso periodo realizza la pala d’altare detta Sant’Anna Metterza, già nella chiesa di Sant’Ambrogio a Firenze e oggi agli Uffizi. Quando, nel 1425, Masolino parte per una commessa in Ungheria, Masaccio prende la direzione dei lavori alla Cappella Brancacci, ma anche lui passa parte del lavoro ai suoi assistenti, dopo aver accettato un ricco incarico a Pisa dal notaio ser Giuliano di Colino degli Scalzi da San Giusto per dipingere un polittico per la sua cappella in Santa Maria del Carmine nel 1426. Il polittico viene smembrato del Settecento e si conserva in vari musei italiani e stranieri; la tavola centrale raffigurante la Crocefissione, capolavoro della poetica masaccesca, si trova oggi al Museo Nazionale di Capodimonte. Raggiunta ormai la fama, la produzione di questi anni vede anche la commissione privata di opere, come un Desco da parto, oggi a Berlino, e la Madonna Casini a Firenze.

Tra il 1426 e il 1428 Masaccio esegue l’affresco con la Trinità per la basilica di Santa Maria Novella, forse l’opera più celebre della sua produzione. Questa opera segna un’apertura verso Brunelleschi nella poetica dell’artista e vuole rappresentare il dogma trinitario ambientato in una cappella illusionisticamente dipinta, nella quale spicca la maestosa volta a botte con lacunari che, come scrisse Vasari, “diminuiscono e scortano così bene che pare che sia bucato quel muro”.

Masaccio lascia Firenze e si trasferisce con la famiglia a Roma, dove muore, poco meno che trentenne.

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Masaccio
Dettagli Museo

La raccolta del Museo di Capodimonte risale al collezionismo raffinato ed elegante della famiglia Farnese. Il primo nucleo, infatti, si forma nel 1534 grazie all’iniziativa di Alessandro Farnese (1520-1589), poi papa col nome di Paolo III, interessato sia alle antichità (oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Napoli) che alle principali personalità artistiche del periodo. Nel 1734 Carlo di Borbone sale al trono ed eredita la collezione della madre Elisabetta Farnese che era stata trasferita da Roma a Parma nel corso del XVII secolo; in questa occasione si sente l’esigenza, non più procrastinabile, di avere una sede idonea per la collezione. Nel 1738 iniziano i lavori per la costruzione in collina della reggia di Capodimonte, che fin dalla sua fondazione, ha svolto il duplice ruolo di residenza abitativa e di museo espositivo, inizialmente visitato unicamente da personaggi illustri come Johann Winckelmann, Antonio Canova e il marchese De Sade. Il museo viene inaugurato nel 1957, grazie alle insistenze di Ferdinando Bologna Raffaello Causa, aprendo al pubblico una vastissima collezione che comprende 2900 dipinti, 150 sculture, 17700 oggetti di arte decorativa e 26000 disegni, estesi per 12000 metri quadrati e divisi in 114 sale.

Nel corso del Settecento, la collezione si arricchisce con opere commissionate dai sovrani borbonici ma il saccheggio da parte delle truppe francesi nel 1799 segna l’inizio di una fase di declino, soprattutto per la sua funzione museale. Nell’Ottocento, sembra infatti prevalere la funzione abitativa su quella museale; infatti, il generale francese Gioacchino Murat e la consorte scelgono la reggia come residenza di corte, arricchendone la collezione degli arredi e le decorazioni interne. Solamente con l’arrivo dei Savoia, e grazie all’opera di Annibale Sacco, si apre una nuova stagione: da un lato vengono raccolti gli oggetti d’arte sparsi tra le varie residenze borboniche e dall’altro si attribuisce nuova attenzione alla produzione figurativa contemporanea.

Sono dunque due i nuclei principali della collezione. Quello Farnese comprende i ritratti del cardinale Alessandro Farnese, di Giorgio Vasari e Andrea del Sarto realizzati da Raffaello, il Bernardo de’ Rossi di Lorenzo Lotto, i Paolo III e Paolo III con nipoti Alessandro e Ottavio Farnese e la Danae di Tiziano, il Ritratto della giovane donna della Antea di Parmigianino, la donazione fatta nel 1600 da Fulvio Orsini i cartoni di Raffaello e Michelangelo e i cicli pittorici dei Carracci. Il secondo nucleo è costituito dalla raccolta di opere della storia dell’arte napoletana, dal 1200 al 1700 circa. Dalle tavole di Simone Martini, al San Girolamo di Colantonio, testimonianza della viva e ricca stagione aragonese, alle influenze di forestieri come Pinturicchio con la pala dell’Assunzione della Vergine, fino al Seicento, considerato il secolo principale per la pittura napoletana, dominata dall’influenza dello stile di Caravaggio e dei caravaggeschi. Del Merisi si conserva La flagellazione del 1606-1607, accanto al Sileno ebbro di Ribera, alla Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, ad Atalanta e Ippomene di Guido Reni e al San Sebastiano di Mattia Preti.

L’attuale allestimento è il risultato di una campagna di restauri (anni Ottanta-1999) e determina la suddivisione della collezione su tre piani: al piano terra le sale didattiche, al piano ammezzato il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe, al primo piano la Galleria Farnese, la collezione Borgia e l’Appartamento Reale, al secondo piano la Galleria Napoletana e la collezione d’Avalos e al terzo piano Galleria dell’Ottocento e la Galleria fotografica.

 

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