Autoritratto

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Harmenzoon van Rijn Rembrandt

Autoritratto

Gallerie degli Uffizi, Florence
Dettagli Opera

Si tratta di uno dei molti autoritratti che il pittore olandese dipinse nel corso della sua carriera.
L’artista qui è ancora giovane e si ritrae con lo sguardo rivolto verso l’osservatore; i capelli castano chiaro e ricci sono in parte coperti da un morbido basco nero, mentre l’abito di velluto che indossa è scuro ed elegante con un prezioso collare in metallo.

Lo sguardo sereno e il volto quasi sorridente, con la bocca leggermente dischiusa, mostrano già in quest’opera giovanile la grande capacità di indagine psicologica tipica della ritrattistica di Rembrandt.
Nel dipinto sono presenti diversi pentimenti intorno al cappello, sui bordi del mantello e in alcune ciocche di capelli ma anche nello sfondo; sulla destra, infatti, al di sopra della spalla, la radiografia ha individuato una forma allungata, forse la spalliera di un seggiolone, poi coperta col fondo neutro.

Rembrandt dipinse questo autoritratto ad Amsterdam, dove si era trasferito nel 1631. L’opera è generalmente datata intorno al 1634, quando Rembrandt aveva 28 anni. In questo Autoritratto, però, l’artista sembrerebbe essere più giovane, infatti qualcuno ha ipotizzato che possa essere stato eseguito qualche anno prima.

Nel 1759 Pierre-Jean Mariette ricorda che l’Autoritratto proveniva dalla collezione dell’elettore Palatino del Reno a Dusseldorf. Egli era Johann Wilhelm, marito di Anna Maria Luisa, ultima discendente della famiglia Medici, dunque legato a Firenze, tanto che, forse, fece dono ai Gerini di quest’opera. Non esistono, tuttavia, prove documentarie a conferma del fatto. Nel 1818 il granduca Ferdinando III di Lorena acquistò il dipinto dai Gerini e lo pagò 500 zecchini, destinandolo alla Galleria di Palazzo Pitti. Nel 1822 la tavola passò agli Uffizi e forse in questo momento l’antica cornice neoclassica fu sostituita con quella intagliata barocca che ancora oggi vediamo, stilisticamente più vicina all’epoca del dipinto.

Dell’olio su tavola esistono numerose copie, come il pastello conservato alla villa di Poggio Imperiale, forse di Domenico Tempesti, o quello di Francesca Celeste Fanfani del 1736 (Gallerie degli Uffizi).

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Nacque nel 1606 a Leida dove lavorò col pittore Jacob van Swanenburgh. Per la sua formazione, però, fu determinante l’esperienza nella bottega di Pieter Lastmann ad Amsterdam, dove Rembrandt andò nel 1624. Lastmann, infatti, era da poco stato in Italia dove aveva conosciuto le opere di Adam Elsheimer, di Caravaggio e dei caravaggeschi che avranno grande influenza sulla pittura di Rembrandt.

Tornato a Leida, intorno al 1625 Rembrandt aprì una bottega di successo con numerosi allievi e lavorò alle sue prime opere importanti: La lapidazione di Santo Stefano (Lione, Musée des Beaux Arts), Tobia, Anna e il capretto (Amsterdam, Rijksmuseum) e ritratti di alcuni parenti, dove i colori sono ancora accesi ma già figurano complessi giochi di luce tipici della sua pittura. Nelle opere successive, come Il Cambiavalute (1627, Berlino, Dahlem) o San Paolo in meditazione (1629-1630, Norimberga, Germanisches Nationalmuseum) l’esperienza caravaggesca, a lui nota anche attraverso gli esempi olandesi di Baburen, Terbrugghen e Von Hontorst, è più evidente: il chiaroscuro diventa più deciso e la pittura tende ad essere più rarefatta. In questo periodo Rembrandt iniziò anche ad autoritrarsi, pratica che continuerà durante tutta la sua carriera.

Nel 1631 tornò ad Amsterdam e grazie al mercante d’arte Hendrick Uylenburgh ottenne importanti commissioni, soprattutto di ritratti, che l’artista realizzò con forti contrasti chiaroscurali e grande capacità di resa psicologica e dello spazio (Ritratto di Maurits Huygens, 1632, Amburgo, Kunsthalle; Ritratto di Jacob De Gheyn III, Londra, Dulwich College).

Tra le opere più celebri di questo periodo La Lezione di anatomia del dottor Tulp del 1632 (L’Aja, Mauritshuis) vero e proprio ritratto di gruppo dei membri delle corporazioni cittadine nel quale Rembrandt esalta la sua capacità di resa psicologica e della gestualità dei personaggi.

Nel 1633 sposò Saskia, nipote del mercante Ulyenburgh, che spesso gli fece da modella e fu protagonista di diverse tele come Ritratto di Saskia con cappello (1634, Kassel, Staatliche Kunstsammlungen), Ritratto di Saskia in veste di Flora, (1634, San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage), Rembrandt e Saskia, (1635 circa, Dresda, Staatliche Kunstsammlungen).
Negli anni Trenta l’attività del pittore e della sua bottega fu molto intensa: tra il 1632 e il 1646 lavorò agli episodi della vita Cristo per lo statolder dei Paesi Bassi settentrionali Federico Enrico e alternò dipinti religiosi come la Sacra Famiglia dell’Alte Pinakothek di Monaco (1634) e Susanna e i Vecchioni (1636, L’Aja, Mauritshuis) a tematiche profane e mitologiche di grande formato, più vicine alla tradizione barocca.

In questo periodo Rembrandt si interessò anche al commercio di opere d’arte ma, soprattutto dagli anni Quaranta, visse lunghe fasi di crisi economica, tanto che sarà poi costretto a dichiarare bancarotta e a vendere la sua collezione. Ciononostante continuò a dipingere capolavori come La ronda di notte del 1642 (Amsterdam, Rijksmuseum) e a lavorare sugli effetti luministici con una pittura sempre più densa e pastosa con pennellate larghe e grumose. Ne sono esempio Cristo e l’adultera (1644, Londra, National Gallery), l’Adorazione dei pastori (1646, Monaco, Alte Pinakothek), La giovane che si bagna in un ruscello (1655, Londra, National Gallery) o i ritratti del figlio Titus.

Rembrandt fu anche uno straordinario incisore, dal segno espressivo e vibrante. Anche nelle sue acqueforti egli pone attenzione alla luce, sempre più drammatica, e alla resa espressiva, elementi che tornano anche nei numerosi autoritratti dipinti in età matura.
Morì ad Amsterdam nel 1669.

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La storia degli Uffizi prende le mosse dall’insediamento di Cosimo I Medici come duca di Toscana nel 1560; egli voleva riunire le tredici magistrature fiorentine, gli uffici, in un unico edificio, così da poter esercitare su loro un potere di controllo. Il progetto del lavoro viene affidato a Giorgio Vasari e il cantiere inizia l’anno successivo. Il progetto prevede un edificio a forma di U, costituito da un braccio lungo a levante, da un tratto breve affacciato sul fiume Arno e da un braccio corto a ponente, e l’edificio rielabora il motivo architettonico della loggia classica. Alla Galleria si accede dall’adiacente Palazzo Vecchio, sede dei duchi, tramite un breve passaggio su tre piani. Si deve a Francesco I, Granduca di Toscana dal 1574 al 1587, il primo allestimento museografico della Galleria. Grazie all’opera dell’architetto Buontalenti e all’iniziativa di Ferdinando II, la Galleria diviene il luogo di rappresentanza, decorato a grottesche da Antonio Tempesta, dove si conservano le opere e la serie di ritratti degli Uomini Illustri che vengono posti accanto ai ritratti dei Medici, secondo una politica di esaltazione della dinastia. Nel complesso, lo spazio si estende per 8000 mq, in quarantacinque sale poste tutte al terzo piano e racchiude in sé capolavori della pittura italiana ed europea, come la Maestà di Ognissanti di Giotto, la Trinità di Simone Martini, le pale di Duccio, di Gentile da Fabriano e di Mantegna, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi di Leonardo, opere di Botticelli quali la Venere e la Primavera, la Madonna della seggiola e la Madonna del cardellino di Raffaello, la Venere di Urbino di Tiziano, il Bacco di Caravaggio e il Trionfo di Enrico IV di Rubens.

Ferdinando II dà anche impulso alla realizzazione di nuovi ambienti della Galleria: lo Stanzino delle Matematiche, una Terrazza e l’Armeria. Tra il 1696 e il 1699 il Granduca Cosimo III ordina la decorazione del corridoio che si affaccia sull’Arno con affreschi di soggetto religioso e il trasferimento a Firenze alcuni dei più celebri esemplari della statuaria antica conservati in Villa Medici a Roma; in questa occasione, viene realizzala la Sala della Niobe, dall’omonimo complesso di sculture antiche. Continuano le acquisizioni con autoritratti di pittori antichi e contemporanei, posti nel Corridoio vasariano, e la collezione si incrementa grazie alla raccolta grafica del cardinale Leopoldo de Medici, oggi parte del Gabinetto dei disegni e delle stampe.

Con l’estinzione della casata medicea per mancanza di eredi (1737), Anna Maria Luisa de’ Medici lega alla città di Firenze i tesori della Galleria, in modo che le collezioni non vengano disperse e il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena apre nel 1769 le sale al pubblico. In questo contesto, gli anni Settanta del Settecento vedono gli Uffizi come un laboratorio privilegiato per gli studi di storia dell’arte e per ipotesi di nuovi allestimenti, grazie all’opera di Luigi Lanzi e Giuseppe Pelli Bencivenni.

Con il Regno d’Italia e il trasferimento delle statue rinascimentali nel nuovo Museo nazionale del Bargello, la Galleria assunse progressivamente la funzione predominante di Pinacoteca. Riceve sempre più visitatori e gli uffici delle magistrature perdono progressivamente il loro luogo politico per diventare archivi pubblici. Nel 1900 venne acquistata la quadreria dell’arcispedale di Santa Maria Nuova, tra cui il Trittico Portinari di Hugo van der Goes, proveniente dalla chiesa di Sant’Egidio, e da inizio Novecento si potenziano, con acquisti e trasferimenti da varie chiese e istituti religiosi, le aree del Trecento e del primo Quattrocento, allora ancora estranee al nucleo storico del museo.

Risale al 1956 il riallestimento delle prime sale della Galleria, ad opera degli architetti Giovanni Michelucci, Carlo Scarpa e Ignazio Gardella, ora caratterizzate da tinte di colore chiaro che fanno risaltare il soffitto a capriate lignee; nel 1969 venne acquistata la Collezione Contini Bonacossi che porta nella Galleria opere come il San Girolamo di Giovanni Bellini, il San Girolamo di Cima da Conegliano, il San Francesco di Francesco Francia, la Maria Maddalena di Savoldo, le tele del Tintoretto e di Velázquez l’Acquaiolo di Siviglia e il Ritratto equestre di Filippo IV di Spagna .

Dal 2006 gli Uffizi sono interessati da lavori di restauro architettonico, di adeguamento impiantistico e nuovi allestimenti delle sale. Il museo è sempre rimasto aperto e con la riforma del sistema museale italiano nel 2014 sono stati uniti agli Uffizi i musei di Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli.

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